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L'Abbazia e la sua storia
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Sant'Emiliano in Congiuntoli

“Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione” dice Friedrich Hegel nel 1833. E qui a Sant’Emiliano in Congiuntoli è accaduto proprio “qualcosa di grande”. La passione di un ragazzo, Alessandro Simonelli, è riuscita a far riaprire un’antica Abbazia da lungo tempo persa nell’oblio. Ogni giorno si fa in quattro per far conoscere il luogo, portare visitatori, raccontarne la sua storia millenaria, organizzare eventi di grande risonanza, che in qualche modo, anche solo per il tempo di un paio d’ore, hanno la capacità di ricreare l’atmosfera degli anni di antico splendore. Il tutto per un’infinita passione; per evitare che un gioiello come questo rimanesse nel dimenticatoio. Devo dire che lo sento molto vicino, perché crede nelle stesse cose a cui io credo. Anch’io come lui ho cominciato e continuo a fare quello che faccio per passione.

L’Abbazia di Sant’Emiliano in Congiuntoli, una delle più antiche Abbazie dell’Umbria, spunta maestosa ed inaspettata dopo aver percorso una sinuosa strada di fondo valle che costeggia il Torrente Sentino. Questo corso d’acqua che qui modella i bassi rilievi montuosi ha creato e tutt’ora attraversa le famose Gole della Rossa e di Frasassi, oggi Parco Naturale Regionale, che ospita uno dei più importanti complessi ipogei d’Italia: le Grotte di Frasassi (ne parlo nell’articolo “Avventura speleologica alle Grotte di Frasassi, il percorso azzurro”). Quindi, dicevamo, che percorrendo la strada che dall’abitato di Sassoferrato porta a Gubbio passando Scheggia, poco prima di Isola Fossara, ci troviamo davanti a questa grandiosa opera dei Benedettini.

Quando la scorgete, siete nelle Marche, ma ancora per poco. Infatti l’intero lembo di terra che si trova all’interno dei due torrenti che qui si uniscono, Rio Freddo e Sentino, ricade interamente nella Regione Umbria, e nel Parco Naturale Regionale del Monte Cucco. Il confine tra l’Umbria e le Marche segue proprio la linea e il percorso dei due corsi d’acqua. Già alla confluenza o congiuntura dei due fiumi potete scorgere la chiesa. Avete già colto l’assonanza, vero? Congiuntura/Congiuntoli. L’Abbazia deve il suo nome proprio perché situata in questo punto, alla congiunzione dei due torrenti. E venne dedicata al martire Emiliano perché fu eretta agli inizi del XI secolo per custodire le sue spoglie.
Purtroppo a causa della perdita dell’archivio del monastero, le notizie riguardanti la Chiesa sono pochissime. Ma si è riusciti un po’ a ricostruire la sua storia.

Potrebbe essere stata eretta in un luogo dove fu presente un antico culto pagano (visto che venivano considerate magiche le confluenze fluviali) ma ciò è solo un’ipotesi. Quello che invece è certo è che la Chiesa, dalle forme romanico-gotiche, fu voluta, finanziata e “gestita” dall’Ordine Templare del Monte Cucco. Testimonianza di ciò è anche la croce templare che appare su un lato della stessa. Inoltre la Chiesa si trova lungo un importante asse viario dell’antichità: un diverticolo romano che si innestava alla via Flaminia passa proprio davanti all’Abbazia e sopra al ponte che scavalca il Sentino.

La sua forma iniziale prevedeva una sola navata. Dall’XI secolo e nei due secoli successivi l’Abbazia acquisì beni e proprietà. Venne quindi eretta una nuova Chiesa più grande e il monastero annesso. La Chiesa realizzata in un successivamente, stavolta a due navate, si appoggia ad un lato di quella già esistente. In questo modo la navata centrale si trova sullo stesso asse dell’unica navata dell’antica chiesa: a dividerle c’è solo un muro. Questa nuova costruzione, insieme a quella precedente rimaneggiata e a ciò che rimane degli ambienti dell’antico monastero annesso (oggi proprietà privata), è ciò che vediamo attualmente.
Una curiosità: un lato delle fondamenta dell’Abbazia poggia direttamente sul letto del torrente Rio Freddo e forse questo potrebbe essere il motivo della costruzione di sole due navate anziché tre.

Le due navate sono “divise da possenti archi a tutto sesto poggianti su colonne ottagonali. La zona presbiteriale, non absidata, risulta leggermente rialzata, sopra una predella, rispetto alle navate. I pilastri e la minima differenza di quota d’imposta dei tetti fanno di questa chiesa un prototipo, in Umbria, di “hallenkirche” (particolare tipologia relativa alla costruzione delle chiese nella quale la navata centrale è alta quanto le navate laterali, contrariamente a quanto si riscontra nella tipologia prevalente) non coperta a volta o pseudobasilicale. La luce penetra attraverso eleganti monofore gotiche (ogivali trilobate) che bene si amalgamano ad alcune finestre di stile romanico. Alle pareti si conservano tracce di un grande affresco della metà del XIV secolo probabilmente della scuola riminese, formatesi dalla scuola di Giotto.”

Dell’affresco, di cui oggi possiamo vedere una copia all’interno della Chiesa, in scala 1:1, ne parla lo stesso Alessandro Simonelli, guida dell’Abbazia, in un articolo apparso su di un giornale locale:
"L'originale dell'affresco, conservato nella pinacoteca civica di Fabriano, fu staccato dalla parete retrostante l'altare nei primi del Novecento per salvarlo dal degrado e dall'abbandono in cui invece già versava il complesso abbaziale. L'affresco è di notevoli dimensioni (349x346 centimetri) e la riproduzione esposta ne è la copia fedele, nei colori e nelle dimensioni. Di grande impatto visivo e scenico, ingentilisce e stempera le forme austere e solenni della chiesa, di stile romanico-protogotico. L'affresco raffigura la Madonna in trono che porge il seno a Gesù seduto sul ginocchio destro di lei con dietro due angeli, che tengono aperto un drappo finemente ornato a fiori geometrici. Alla sua sinistra santa Caterina d'Alessandria che tiene nella mano destra la palma del martirio e sant' Emiliano in atto benedicente. Alla sua destra è rappresentata santa Lucia con il volto quasi completamente perduto. Sullo sfondo, dietro il trono è da rilevare l'impostazione prospettica della nicchia ad arco acuto e le simmetrie degli elementi architettonici con decorazioni cosmatesche che danno maestosità all'ambiente e sensazioni di grandi spazi. Non è ancora evidente chi sia l'autore di quest'opera: l'ipotesi più accreditata lo indica in un pittore di Fabriano rimasto affascinato dalla pittura riminese o addirittura venuto a contatto con Giotto. Pertanto convenzionalmente è stato chiamato Maestro di Sant'Emiliano."

A partire dal XV secolo, il monastero di Sant’Emiliano in Congiuntoli, dopo aver vissuto un periodo d’oro, entrò in una lunga fase di declino (nel 1414 risultano presenti solo 3 monaci) che culminerà con l’abbandono dell’ultima comunità Cistercense nel 1596.
La badia rimase disabitata, ma il suo prestigio venne definitivamente oscurato nel 1810 e nel 1860 quando, soppresso il monastero, l’Abbazia fu spogliata di tutte le terre, i boschi e ogni altra proprietà ad eccezione della Chiesa e del campanile. Questi beni furono venduti a dei privati che tutt’ora ne possiedono la proprietà, come accennavo anche in precedenza.

La Soprintendenza ai Monumenti dell’Umbria negli anni ‘70 decide di restaurare la Chiesa, ma l’antico monastero verte tutt’ora in cattive condizioni.

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Finalmente, quasi a mezzanotte, ed in modo del tutto inaspettato, ho avuto l'onore di accogliere il Dottor Vittorio Sgarbi in una breve visita notturna a S. Emiliano. Solo un anno fa, questa occasione mi sembrava un'utopia... E' stato emozionante per me potergli aprire le porte di questo luogo, e sono convinto che la magia di S. Emiliano abbia colpito anche lui. Mille domande che avrei voluto fargli sono rimaste in sospeso, forse, spero, rimandate...A lui e alle persone che lo hanno accompagnato, il mio più sincero grazie per avermi regalato un'esperienza indimenticabile in un un "lavoro" come il mio in cui l'apprezzamento e il coinvolgimento degli altri sono vitali.
E un saluto e un ringraziamento a Renzo Binni per essere stato il tramite di un incontro così piacevole.

Alessandro Simonelli
Domenica 02/11/2014, Sgarbi all'Abbazia
Hanno collaborato
Alessandro Simonelli
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IL RILIEVO CON LA CROCE PATENTE

IL RILIEVO CON LA CROCE PATENTE
DELL'ABBAZIA BENEDETTINA
DI SANT'EMILIANO IN CONGIUNTOLI (SCHEGGIA, PG).
LETTURA EPIGRAFICA E SIMBOLICA

L'Abbazia di Sant'Erniliano: cenni geografici, storici ed architettonici

La monumentale abbazia benedettina dei santi Emiliano martire (o vescovo) e Bartolomeo apostolo in Congiuntoli, o, anche, originariamente, "San Benedetto de Coniunctolis", sorge sulla penisola di confluenza disegnata da due limpidi, rapidi e gorgoglianti corsi d'acqua, penisola acuminata che va ad incunearsi nell'estremo lato occidentale della Marca anconitana, in comune di Sassoferrato. Due furono, nei secoli, le chiese abbaziali di tale cenobio: la primitiva, ora fatiscente e ridotta a magazzino, caratteristica del XII secolo, per la copertura leggermente sestiacuta, ovvero a schiena d'asino, del tutto simile alle coeve chiese di Santa Maria Assunta di Sitria (romualdina) e Santa Croce, o Sant'Andrea Apostolo, di Fonte Avellana (avellanita) ed il nuovo tempio, del XIII-XIV secolo, in stile gotico, e con taluni lineamenti e soluzioni costruttive che possono far pensare ad un influsso dell'architettura cistercense, presentante, all'epoca, due importanti esempi nelle contermini Marche: Chiaravalle in Castagnola e Chiaravalle di Fiastra. Un anonimo autore di Sassoferrato, sostenne che "nel monastero di S. Emiliano vi stettero monaci cistercensi fino al 1596, quando l'eremo fu soppresso, perche vi erano solo 4 monaci e l'abate". Oggi, l'edificio monumentale, dopo it restauro del 1970, fortemente voluto dall'allora sindaco del comune di Scheggia e Pascelupo Giammaria Cecconi, si presenta in condizioni di rinnovata leggibilità. Una bella sintesi dell'abbazia di Sant'Emiliano in Congiuntoli l'ha realizzata Giuseppe Pellegrini: "Ai margini della strada che da Scheggia, attraverso l'aspro e selvaggio passo del Corno, porta a Sassoferrato, dopo 13 Km si trova, sulla destra, un'antica abbazia benedettina che sorge ai piedi di Monte Aguzzo, sulla confluenza di due fiumi, del Perticaro o Rio Freddo, che scende dalle rocce di Montecucco, e del Sentino, che nasce sopra Scheggia. Viene chiamata Badia di Congiuntoli, appunto perche ivi, i due fiumi si congiungono. E dedicata ai santi Emiliano, Vescovo, e Bartolomeo Apostolo". L'abbazia si presenta come un severo e grandioso fabbricato, comprendente il cenobio e la chiesa di stile romanico-gotico passando in mezzo a quell'andirivieni di gole basse, strette come prigioni, nessuno si aspetterebbe uno spettacolo simile. Quando sorse questa Badia e chi la fondò? Non e facile indicare l'anno preciso e del fondatore non si sa nulla. L'archivio del monastero si e perduto nel periodo delle Commende, è necessario, quindi, andare per congetture, sia pure le piu probabili. Sbaglia il Dorio, che la fa sorgere al tempo di Celestino I (+ 432), e sbaglia anche lo Jacobilli, che ne fissa la fondazione al tempo di Celestino II, circa il 1143. Il Gibelli, autore di una monografia sul monastero di S. Croce di Fonte Avellana, pensa che sia stato lo stesso S. Pier Damiani a fondarla, o, per lo meno, a riformarla, nel secolo XI. L'Alfieri, sassoferratese, canonico della Cattedrale di Nocera e storico illustre, morto nel 1910, riferendo la visita che vi fece il Vescovo di Nocera mons. Alessandro Borgia, e dello stesso parere e il monaco don Alberico Pagnani, per ragioni storiche, ritiene che la Badia "non potette sorgere molto prima del 1000"; asserisce infatti che S. Pier Damiani (sebbene ne parli, indirettamente, a proposito del suo allievo San Domenico Loricato, N.d.A.) non ha mai dimorato nella Badia di S. Emiliano. Da un'enfiteusi del luglio 1100, che si conserva nell'archivio di S. Biagio in Fabriano, apprendiamo che la famiglia cenobitica di S. Emiliano era costituita sotto la guida dell'abate Pietro, il quale dopo aver chiesto ai monaci e ai chierici di detta chiesa il voto, cede all'abate di S. Vittore, di nome Pietro, due modioli di terra, per l'annuo canone di 30 soldi d'argento. Alla fine del 1300, l'Abbazia venne trasformata in cittadella da difesa (dal comune di Gubbio, con il nome di "Palatium Sancti Miliani", N.d.A.), come attesta la torre, con spigoli a punta di diamante, e che denunziano il periodo di fine secolo XIV. Poi, a ornare la parete sopra l'altare maggiore e quella di destra di chi entra (anticamente si diceva a cornu Evangelii, secondo la vecchia liturgia), vennero pregevoli affreschi (che taluno,  senza, pero, alcuna argomentazione ne prova, vorrebbe templari, N.d.A. ) della Madonna con Bambino e Santi, e quello gigante di S. Cristoforo (andato, purtroppo, perduto, N.d.A.). Il cenobio, oggi, e parte di proprietà demaniale e parte in mani private. L'antico chiostro, con il lato libero verso occidente, e stato privato del pozzo. Il suo corridoio con soffitto a crociera e stato, inoltre, dimezzato da vari muri per ricavarne locali ad uso di magazzini, o stalle. Sul fianco destro del portale d'ingresso alla Chiesa una lapide reca questa scritta: ,"Edificio di proprietà demaniale, restaurato a cura della Soprintendenza ai Monumenti e Gallerie dell'Umbrza, 1970". Per il notevole risultato conseguito, si ritiene che il restauro della chiesa di S. Emiliano sia uno dei migliori effettuati, in questi ultimi anni, dalla citata Soprintendenza. Restano ancora altri corpi di fabbrica, nel cenobio, allo stato fatiscente o adibiti ad usi non adeguati.

La croce patente di Sant'Emiliano

Scrive Monsignor Bartoletti: "Tra it 1285 e il 1287, sotto Onorio IV, fu eretta la navata nord-est (della nuova chiesa, N.d.A.): cio e ricordato da una lapide posta sui muri esterni della Chiesa. Questa lapide e murata sopra la finestra minore verso Rio Freddo, a destra di chi la guarda dalla strada che va a Perticano. E una nobile lapide, posta tra due capitelli murati. Inizia con una gran croce a TAU, ornata di rosette in alto e in basso. A destra e a sinistra del TAU ci sono due figure: credo un uomo e una donna, oranti. La lapide di difficile lettura porta date certe: due volte c'e il numero Anno Domini 1286 e le parole leggibili: Tempore Honorii IIII (Papa Onorio 4°, dei Savelli, regno dal 1286 al 1288). Dalle altre parole sembra di capire che le finestre della chiesa sono state donate. Forse dai due coniugi oranti! Potrebbe essere. Ed ecco la lapide come e stata letta, mi sembra, dal Padre (Giacomo, N.d.A.) Bigoni, conventuale e dal P. Ferdinando Rosati, storico della chiesa di S. Francesco di Gubbio: e come anche io interpreto: + IN. X. NO(M)I(N)E. A(ME)N. AN(N)0 D(OMI)NI. MILCCLXXXVI. Te(M) PORE. D(OMI)NI HONORII PAPE IIII. DAVANTE SO(L)VIT FENESTRA MCCLXXXVI. Nel nome di Cristo: Amen: Anno del Signore 1286. Al tempo del Papa Onorio IV. Davante pagò la finestra (o le finestre, N.d.A.) 1286». La lettura di tale lastra, costituita dalla croce potenziata di Sant'Emiliano in Congiùntoli, fornita, a suo tempo, risulta, a tutt'oggi, molto precisa e corretta, salvo il fatto che lo studioso, dopo la frase «Davante Solvit Fenestra», tralascia di considerare le altre rimanenti lettere, vale a dire «P Aia Sua», chiaro sintagma contratto, impiegato al posto della consueta formula rituale Pro Anima Sua. C'è, inoltre, da osservare che nulla ci autorizza ad assentire sul fatto che i due personaggi raffigurati siano un uomo ed una donna e, tanto meno, che essi rappresentino dei coniugi. Dall'acconciatura (caschetto angioino), tipica dell'Italia del XIII - XIV secolo, e dalla foggia degli abiti indossati (tuniche con panneggi bene evidenziati), i due soggetti, infatti, debbono, senza ombra di dubbio, essere considerati quali altrettanti uomini ed uomini di condizione non già religiosa ma laicale. Il donatore, l'offerente è, senz'altro, quello di destra, poiché reca in mano un oggetto, anche se non esattamente definibile. Le espressioni linguistiche, impiegate in tale scrittura epigrafica, poi, paiono ricalcare quelle del formulario scritto, proprio d'un documento ufficiale, in cui risulti molto importante l'aderenza alla forma dello stile cancelleresco, con, ad esempio, la formula «Solvit Fenestra(s)», in luogo delle più consuete Donavit Fenestra(s), Fecit Fieri Fenestra(s), etc, etc. La lastra, di forma rettangolare (misure approssimative cm 100 X 50), è murata, per reimpiego, sul retrospetto della seconda chiesa, storicamente eretta, a partire dalla seconda metà del secolo XIII, dell'abbazia di Sant'Emiliano. Il margine superiore, con una cornice torica, farebbe pensare all'inclusione in un contesto di scultura architettonica, forse una finestra riccamente lavorata, tuttavia il personaggio a destra, il presunto donatore, come detto, sembra tenere in mano un oggetto, circostanza che mi ha fatto pensare come tale termine possa alludere alla donazione di una vetrata, magari istoriata, più che di una semplice finestra, anche se si tratta di una forzatura linguistica. In merito alla croce, le terminazioni patenti e la disposizione degli elementi decorativi alle terminazioni dei bracci ed alla loro intersezione fanno ipotizzare che il modello ispiratore dell'artefatto lapideo possa essere stato una croce di oreficeria, magari conservata nella stessa abbazia e, perche no, anche oggetto di venerazione da parte del donatore. La rappresentazione degli elementi decorativi come rosette e fioroni, a 4, 6, 8, petali ripetuti anche ai lati della croce, risponde, inoltre, quasi certamente, ad una declinazione simbolica di questi elementi segnici semplificati, molto comune nel Medioevo e sempre con valenza cristologica e soteriologica, attraverso un riferimento alla croce, poiche tali elementi segnici risultano utilizzati in tutti gli ambiti, monastici e non. I teschi sui capitelli di paraste, che affiancano la croce, dovrebbero, infine, unicamente costituire un motivo ornamentale non finito. Sarebbe, tuttavia, assai interessante cercare d'immaginare quale fosse la loro collocazione originaria e primaria. La croce, di tipologia greca e patente, e potenziata ai margini dei quattro bracci che terminano in forma di cuneo e contengono, in se, altrettanti fioroni inseriti in ottagoni e, a loro volta, inscritti, esternamente, in cerchi. Un fiorone d'identica tipologia e incluso, poi, anche all'intersezione centrale dei bracci della croce, mentre negli spazi scanditi, verso l'esterno, dagli stessi quattro bracci della croce, si situano, in alto a sinistra, un nuovo fiorone, identico a quelli precedentemente descritti, e, in alto a destra, una rosa. Il bassorilievo scultoreo, rappresentato dalla croce lapidea, riproduce, dunque, molto probabilmente, una croce d'oreficeria, croce gemmata, con i fioroni che potrebbero anche simulare, simbolicamente, le sfaccettature delle medesime gemme.

Conclusioni

A conclusione di questo breve ed ancora msufficiente tentativo di lettura ed interpretazione dei valori formali e simbolici dell'interessante croce patente di Sant'Emiliano in Congiuntoli, occorre dire che un maggiore e migliore approfondimento dei temi trattati potrebbe, e dovrebbe, essere, secondo me, condotto, attraverso il rinvenimento, lo studio comparato e la messa in valore delle poche "carte di Sant'Emiliano" sfuggite alla dispersione e distruzione delle stesse, a partire dal secolo XV, con l'avvento degli abbati commendatari. Un altro valido aiuto alla ricerca potrebbe, inoltre, giungere dal versante archeologico, con l'esplorazione e l'eventuale scavo scientifico, da parte della Soprintendenza per i Beni Archeologici e di quella per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici dell'Umbria, della penisola di confluenza torrentizia e delle aree immediatamente contornanti l'abbazia stessa (ma anche di antiche possessioni fondiarie ed immobiliari gia appartenute al medesimo cenobio), dove, secondo attendibili testimonianze orali, furono, nel passato, rinvenuti monete medioevali ed oggetti d'oreficeria, come - pare - l'anello, con sigillo "a mandorla", d'un abbate dell'abbazia. In particolare, occorrerebbe individuare il cimitero dei monaci, dalle più antiche epigrafi delle cui lastre tombali potrebbero anche emergere più o meno precise indicazioni sulla locale storia cenobitica (datazione approssimativa del complesso abbaziale ed ordini religiosi via via succedutisi nella sua conduzione). L'insediamento umano a Sant'Emiliano, infatti, potrebbe anche rivelarsi di molto antecedente al periodo dell'eremitismo e del monachesimo locali, come pare suggerire la recente individuazione, in loco, dei resti d'un ponte, reputato di possibile epoca romana e probabilmente ubicato, in origine, lungo l'importante strada di collegamento tra il municipio romano di Iguvium, l'attuale Gubbio, e la citta di Sentinum, l'odierna Sassoferrato, od in corrispondenza del suo diverticulum per la citta romana di Nuceria camellaria (oggi Nocera Umbra). Un rinnovato interesse verso la storia e l'archeologia di Sant'Emiliano potrebbe, poi, divenire, altresi, foriero di nuove prospettive per il recupero integrale, all'uso ed al godimento pubblico della collettivita, dell'intiero complesso abbaziale e della sua restituzione alla destinazione religiosa, per la quale era nato, circa mille anni fa.

PULETTI, E. 2014, Il Rilievo con la Croce Patente dell’Abbazia Benedettina di Sant’Emiliano in Congiùntoli (Scheggia, PG). Lettura Epigrafica e Simbolica. In “Studi Medievali e Moderni - Arte Letteratura Storia” (Anno XVI, I-II/2012 Loffredo Editore - pp. 355-361).

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PULETTI, E. 2010, L'abbazia di Sant'Emiliano dominava la diocesi di Perugia.
In "Corriere dell'Umbria" (Giovedì 9 Dicembre 2010 - Anno XXVIII n. 340, p. 30).

Costacciaro Scoperta storica

L'abbazia di Sant'Emiliano
ed i Templari di Perugia: quali rapporti?

Costacciaro - Dall'attenta lettura della pagina numero 8 della ricerca archivistica curata da A. M. Sartore ed intitolata "Le pergamene dell'ospedale di S. Maria della Misericordia di Perugia dalle origini al 1400". Regesti, Roma 2005, pp. 64 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Strumenti, CLXIX), si può desumere un'interessantissima notizia storica. Essa è del seguente tenore. Il 18 agosto del 1254, nel palazzo del monastero benedettino di Sant'Emiliano in Congiùntoli ("in palatio monasterii Sancti Miliani de Conçuntolis"), l'allora abbate dello stesso cenobio della Diocesi di Gubbio, Donnus Santiagius, nomina i rispettivi cappellani per le chiese di San Lorenzo, San Cristoforo e San Germano di Civitella d'Arno e per quelle di San Milano di Ripa e Santa Maria della Pieve di Ripa. Questa circostanza significa che, alla metà del XIII secolo, l'abbate e l'abbazia di Sant'Emiliano avevano un'almeno parziale giurisdizione su di alcune chiese della Diocesi di Perugia (distanti circa 80 chilometri), talune della quali, come quella della Pieve di Ripa, dipesero, per alcun tempo, dalla precettorìa templare di San Giustino d'Arna, la cui bellissima chiesa è ancor oggi esistente nella piana agricola dell'attuale paese di Piccione di Perugia.

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Martiri cristiani a Pascelupo e Sant'Emiliano in Congiuntoli

Nella "Storia di Montecucco" (l'eremo omonimo), manoscritta dall'eremita camaldolese di Monte Corona, Padre Don Placido Maria da Todi, nel XIX secolo, si annota, tra l'altro, che: "Fra le molte reliquie (conservantisi all'Eremo, N.d.R.), però, voglionsi ricordare quelle contenute in una decentissima urna, che giace sotto l'altare, e le assai più cospicue, per grandezza, dei santi martiri Olimpio, Angelo, Alessandro ("Alexander"), Liberato, Natale ("Natalis") e Pia, ripartite nelle loro bacheche, in quattro grandi reliquiari, che, giornalmente, adornano l'altare. Esse erano state estratte dai corpi medesimi dei santi nel cimitero di Callisto, per ordine di Innocenzo XI, e concesse, nel dì 8 maggio 1677, dal Card. Gaspare di Carpineto, vicario del Papa, all'Illustrissimo (e) Reverendissimo Sig. D. Federico Bonaventura, nobile Urbinate, e perpetuo abbate commendatario di s. Emiliano di Congiuntolo, e, da questi, donate ai 17 Sett. 1679 all'ermo di M. cucco, come consta dalla respettiva autentica, conservata in quella sagrestia". Recentemente, si è, per caso, trovata piena conferma dell'esistenza delle reliquie di due di tali martiri paleocristiani. Esse sono collocate entro altrettanti, pregevoli reliquiari lignei ad ostensorio (alt. 50 x largh. 20 circa), sigillati da un vetro ovale, ed entrambi finemente intagliati, con il motivo della corona all'apice, e, uno soltanto, recante quello delle palme del martirio. Una delle due corone è sormontata da una croce, della tipologia di quella "di Gerusalemme", chiaro emblema della Congregazione degli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona. Sul retro, i reliquiari mostrano l'impressione del sigillo vescovile sulla ceralacca rossa. Ai lati del simbolo episcopale, poi, sono incise due lettere, che, però, non sono state ancora decifrate. Abbiamo, ora, finalmente, la certezza che le reliquie di Pascelupo sono autentiche (come ne fa anche fede il sigillo vescovile), e provengono dall'Eremo; cosa, tra l'altro, che conferma quanto rettamente sosteneva l'ex Priore del romitorio montecoronese, Padre Winfried Leipold, circa la donazione, di alcuni frammenti sacri, alla chiesa di San Bernardino, da parte degli eremiti coronesi di Monte Cucco. Qualche tempo dopo l'ultimo distruttivo terremoto dell'anno 1997, talune delle succitate reliquie furono traslate nel locale antistante il cimitero di Pascelupo, per poter essere più adeguatamente custodite. Queste sacre spoglie di martiri paleocristiani, racchiuse in eleganti urne, furono, però, malauguratamente, trafugate, e, le ossa conservatevi, vennero barbaramente disperse. In considerazione di tale profanazione, le superstiti reliquie di Pascelupo assumono ancora maggior valore e significato. Stante, inoltre, il precario stato di conservazione in cui versano, questi "scampati" reliquiari dovrebbero essere urgentemente restaurati. In quello di Alessandro Martire, è custodito un unico osso, abbastanza lungo.

I reliquiari dei Martiri Alessandro e Natale

Il Cimitero di Callisto, sulla Via Appia, fu uno dei più importanti della Cristianità antica. Nella sola catacomba di San Callisto furono sepolti, infatti, ben quarantasei martiri, di cui ci è pervenuto il nome. Fra costoro, spiccano le insigni figure dei Papi martiri Zefirino, Ponziano, Fabiano, Sisto II, Eusebio e Cornelio. Tra V e VI secolo, dalla Sardegna (forse dall'antico centro fenicio-punico e poi romano di Sulci, l'attuale Sant'Antioco, dove sussistono memorie del passaggio dei primi testimoni della nuova Fede) furono traslate, a Gubbio, le reliquie di alcuni santi martiri di Numidia: quelle di Mariano (lettore) e Giacomo (diacono), che vennero portate nella cattedrale, di cui diventarono titolari; quelle di Emiliano, soldato martire, e di una santa donna con due figli gemelli, martiri anch'essi, furono, invece, traslate in località Congiuntoli, dove, in progresso di tempo, sorgerà l'abbazia dei santi Emiliano Vescovo e Bartolomeo Apostolo.

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LA NOSTRA ABBAZIA E I TEMPLARI

Lo sapevate che, nell'area del Monte Cucco, tra XIII e XIV secolo, esistevano ben due sedi stabili dei Cavalieri Templari?
Il territorio attorniante il Massiccio del Monte Cucco è, infatti, uno dei rarissimi che possa vantare l’antica esistenza di ben due mansioni templari, ossia di altrettante sedi storicamente accertate, e certificate, dei cavalieri del Tempio di Gerusalemme, distanti, in linea d’aria, meno di dieci chilometri l’una dall’altra. I monaci-guerrieri del Tempio, infatti, erano presenti, nell’area dell’attuale Parco Naturale Regionale di Monte Cucco, con una Precettorìa in Perticano, attuale frazione del Comune di Sassoferrato (An) e, insieme, di Scheggia e Pascelupo (Pg) e con una commenda agricola a Collina di Purello, odierna frazione di Fossato di Vico (Pg), direttamente dipendente, quest’ultima, dall’Abbazia templare di San Giustino d’Arna di Piccione di Perugia.
La sede templare di “Rigo Petroso” o “Rivoretroso” (oggi Perticano), situata nel versante orientale del Massiccio del Cucco e bagnata dall’impetuoso Torrente Rio Freddo, è stata, con ogni probabilità, quella di maggiore rilevanza storica tra le due sopra menzionate.
La “sede centrale” di Rigo Petroso (posta, tra la Marca e l’Umbria, a controllo dell’importante viabilità, appenninica e transappenninica, locale) doveva, infatti, possedere o controllare, sebbene, per ora, soltanto in via di mera ipotesi, anche le originarie fondazioni monastiche benedettine dell’Eremo di San Girolamo di Monte Cucco e dell’Abbazia dei Santi Emiliano e Bartolomeo Apostolo in Congiùntoli, potendo, altresì, vantare sue proprie prerogative sino al territorio perugino dell'antica città di Arna (distante circa 80 chilometri!).
A partire dal 1310, con il processo ai “Templari del Monte Cucco”, celebrato a Gubbio dal tribunale itinerante della Santa Inquisizione, che sospese e, praticamente, soppresse, localmente, l’Ordine della Milizia del Tempio, la Precettorìa di San Paterniano di Rigo Petroso, con le sue vaste proprietà fondiarie, venne, ultima in ordine di tempo, definitivamente chiusa e, quindi, rilevata dagli Ospitalieri di San Giovanni, rappresentati, nel 1333, dalla persona del loro precettore giovannita Fra’ Angelo.
Storicamente accertata da inoppugnabili documenti d’archivio, la seconda sede templare del Cucco, situata ad occidente del Massiccio di Monte Cucco e, più precisamente, nei pressi dell’attuale Purello di Fossato di Vico, prendeva il nome di Santa Croce de Culiano (“S. Crucis de Culiano” o, più tardi, “S. Crucis Hierosolomit[anae]” e “S. Crucis de Culiano Cruciferorum”) ed era, come detto, una diretta emanazione dell’abbazia benedettino-templare di San Giustino d’Arna, edificio abbaziale, come detto, ancor oggi presente nelle campagne di Piccione di Perugia. Tale dimora di Culiano (il cui appellativo deriva dal nome proprio di persona latino Julius), oggi la ritroviamo del tutto soppiantata dalla piccola, e seriore, chiesa rurale di Santa Croce di Collina (XVII secolo), le cui terre furono commendate ai conti, e cavalieri di Malta, Santinelli di Pesaro.

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NELLA "STORIA DI MONTECUCCO"

Martiri cristiani a Pascelupo e Sant'Emiliano in Congiuntoli

Nella "Storia di Montecucco" (l'eremo omonimo), manoscritta dall'eremita camaldolese di Monte Corona, Padre Don Placido Maria da Todi, nel XIX secolo, si annota, tra l'altro, che: "Fra le molte reliquie (conservantisi all'Eremo, N.d.R.), però, voglionsi ricordare quelle contenute in una decentissima urna, che giace sotto l'altare, e le assai più cospicue, per grandezza, dei santi martiri Olimpio, Angelo, Alessandro ("Alexander"), Liberato, Natale ("Natalis") e Pia, ripartite nelle loro bacheche, in quattro grandi reliquiari, che, giornalmente, adornano l'altare. Esse erano state estratte dai corpi medesimi dei santi nel cimitero di Callisto, per ordine di Innocenzo XI, e concesse, nel dì 8 maggio 1677, dal Card. Gaspare di Carpineto, vicario del Papa, all'Illustrissimo (e) Reverendissimo Sig. D. Federico Bonaventura, nobile Urbinate, e perpetuo abbate commendatario di s. Emiliano di Congiuntolo, e, da questi, donate ai 17 Sett. 1679 all'ermo di M. cucco, come consta dalla respettiva autentica, conservata in quella sagrestia". Recentemente, si è, per caso, trovata piena conferma dell'esistenza delle reliquie di due di tali martiri paleocristiani. Esse sono collocate entro altrettanti, pregevoli reliquiari lignei ad ostensorio (alt. 50 x largh. 20 circa), sigillati da un vetro ovale, ed entrambi finemente intagliati, con il motivo della corona all'apice, e, uno soltanto, recante quello delle palme del martirio. Una delle due corone è sormontata da una croce, della tipologia di quella "di Gerusalemme", chiaro emblema della Congregazione degli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona. Sul retro, i reliquiari mostrano l'impressione del sigillo vescovile sulla ceralacca rossa. Ai lati del simbolo episcopale, poi, sono incise due lettere, che, però, non sono state ancora decifrate. Abbiamo, ora, finalmente, la certezza che le reliquie di Pascelupo sono autentiche (come ne fa anche fede il sigillo vescovile), e provengono dall'Eremo; cosa, tra l'altro, che conferma quanto rettamente sosteneva l'ex Priore del romitorio montecoronese, Padre Winfried Leipold, circa la donazione, di alcuni frammenti sacri, alla chiesa di San Bernardino, da parte degli eremiti coronesi di Monte Cucco. Qualche tempo dopo l'ultimo distruttivo terremoto dell'anno 1997, talune delle succitate reliquie furono traslate nel locale antistante il cimitero di Pascelupo, per poter essere più adeguatamente custodite. Queste sacre spoglie di martiri paleocristiani, racchiuse in eleganti urne, furono, però, malauguratamente, trafugate, e, le ossa conservatevi, vennero barbaramente disperse. In considerazione di tale profanazione, le superstiti reliquie di Pascelupo assumono ancora maggior valore e significato. Stante, inoltre, il precario stato di conservazione in cui versano, questi "scampati" reliquiari dovrebbero essere urgentemente restaurati. In quello di Alessandro Martire, è custodito un unico osso, abbastanza lungo.

I reliquiari dei Martiri Alessandro e Natale

Il Cimitero di Callisto, sulla Via Appia, fu uno dei più importanti della Cristianità antica. Nella sola catacomba di San Callisto furono sepolti, infatti, ben quarantasei martiri, di cui ci è pervenuto il nome. Fra costoro, spiccano le insigni figure dei Papi martiri Zefirino, Ponziano, Fabiano, Sisto II, Eusebio e Cornelio. Tra V e VI secolo, dalla Sardegna (forse dall'antico centro fenicio-punico e poi romano di Sulci, l'attuale Sant'Antioco, dove sussistono memorie del passaggio dei primi testimoni della nuova Fede) furono traslate, a Gubbio, le reliquie di alcuni santi martiri di Numidia: quelle di Mariano (lettore) e Giacomo (diacono), che vennero portate nella cattedrale, di cui diventarono titolari; quelle di Emiliano, soldato martire, e di una santa donna con due figli gemelli, martiri anch'essi, furono, invece, traslate in località Congiuntoli, dove, in progresso di tempo, sorgerà l'abbazia dei santi Emiliano Vescovo e Bartolomeo Apostolo.

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UGOLINO DEI GUELFONI

Ugolino dei Guelfoni da Costacciaro
Il Torquemada dei Templari perugini

Ugolino dei Guelfoni ("Hugolinus de Ghelfonibus") da Gubbio (e/o Costacciaro), erroneamente conosciuto anche come Ugolino Vibi (dell'omonima famiglia di Monte Vibiano, nel Medioevo anche "Montevibiane", Marsciano, Perugia), fu colui il quale sovrintese all'inchiesta sui Templari di Perugia, all'indomani della loro sospensione da parte del Papa Clemente V. In qualità di commissario di quest'ultimo pontefice, Ugolino Guelfoni si occupò, così, anche del passaggio, a partire dal 1312, dei beni templari ai Giovanniti (cfr. Francesco Tommasi, "L'Ordine dei Templari a Perugia", "BDSPU" 78 (1981), pp. 22, 61). Padre Ugolino Guelfoni fu, dapprima, abate dell'importante abbazia benedettina di San Pietro in Perugia ("venerabilis pater d. Hugolinus abbas Sancti Petri") e, poi, vescovo, della stessa Città del Grifo, dall'11 gennaio 1331, fino al 7 ottobre 1337, giorno della sua morte (cfr. C. Tabarelli, Liber contractuum (1331-32) dell'Abbazia Benedettina di San Pietro in Perugia, Perugia 1967, 11, e ad indicem). Il 4 febbraio 1331, monsignor Ugolino Guelfoni, ex abate di San Pietro, da poco divenuto vescovo di Perugia, nominò, ma ancora, probabilmente, in veste di abate, custode del monastero benedettino di San Clemente, sorto attorno all'antichissima chiesa di San Clemente di Bosco di Perugia ("Ecclesia Sancti Clementis justa Tiberim"), ubicata presso la locale ripa del Tevere ("Ripa fluminis positam"), Federuccio Guelfoni. Ugolino e Federuccio Guelfoni dovevano essere parenti, vale a dire, forse, cugini di secondo grado, in quanto figli dei cugini Federuccio Munaldelli e Frederuccio Oddoli, il primo dei quali figlio di Munaldello, mentre il secondo di Oddolo, entrambi gli ultimi, rampolli del più celebre cavaliere Armannus de Guelfonibus, Podestà di Rieti nel XIII secolo (cfr. Sandro Tiberini, Le signorie rurali nell'Umbria settentrionale. Perugia e Gubbio, secc. XI-XIII, Ministero per i Beni e le Attività Culturali [collana saggi] 1999, XLIV, pp. 338). Nel "Libro Rosso" (SASG) del 1333, si citano "Ugolino e Guiduccio Federutii de Guelfonibus de Eugubio". Della commissione inquisitoria itinerante, istituita dal Papa, facevano, inoltre, parte, tra gli altri, Johannes Silvestri de Balneoregio (forse ricordato, in qualità d'inquisitore, in un'iscrizione gotica, "S […] Ioh[ann]is Silvest[r]i", realizzata sopra una formella della chiesa di San Francesco di Costacciaro), Hugolinus, canonico de Chableis, mentre fra i notabili di Gubbio, vanno annoverati l'abbate Hubaldus dei Gabrielli, priore del monastero benedettino avellanita di Sant'Andrea de Insula Filiorum Manfredi di Costacciaro, Dominus Raynerius de Saxo dei Guelfoni di Gubbio e Costacciaro (sicuramente parente stretto, tramite Sasso, del medesimo Ugolino Guelfoni) "et multis aliis providis et discretis tam clericis quam laycis testibus". Nella prima metà del Trecento, grande importanza assunsero anche altri due membri illustri del casato Guelfoni di Costacciaro, vale a dire Nallo di Pietro, capitano del popolo di Firenze nel 1302, e podestà della stessa Città del Giglio nel 1333, ed il Padre avellanita Ubaldo, forse fratello di Nallo, il quale, con lettera datata 15 febbraio 1325 (cfr. Carte di Fonte Avellana, vol. VII 1868),  fu  nominato primo abate di Fonte Avellana dal Papa Giovanni XXII. Mentre Nallo, sostenuto, in ciò, da Cante dei Gabrielli invierà lettere di bando a Dante Alighieri, Ubaldo già in vita, ma ben più dopo la sua morte, verrà tenuto in concetto di santità dai Padri camaldolesi di quell'"ermo" posto "tra due liti d'Italia" e solente esser "disposto a sola latria".

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DON FRANCESCO BERARDI

L'ABBAZIA DI S. EMILIANO

Su la strada provinciale sentina tra la Marca e l'Umbria, a 9 km. da Sassoferrato, si presenta un severo e grandioso fabbricato, al quale il tempo attraverso i secoli ha impresse le  tracce della sua opera  devastatrice, pur risparmiandone la parte migliore, che però e condannata a sparire con grande iattura della storia e dell'arte. Il Regime Fascista che ha tanto a cuore il patrimonio artistico sparso in tutta Italia, salvi l'umbro cimelio dall'ira del tempo! Questa antica abbazia, dedicata ai SS. Bartolomeo ed Emiliano, sorge ai piedi di Monte Aguzzo in una valle angusta circondata da monti, che la chiudono come in una prigione. E detta Badia di S. Emiliano o di "Congiuntoli", perche qui si congiungono il "Perticaro" o "Rio freddo, che scaturisce dalle rocce del Montecucco, e il "Sentino" che scende dai colli eugubini. Non e facile precisarne l'epoca della fondazione, essendo scarsi i documenti pervenuti a noi; gli storici posteriori a S. Pier Damiano, al quale si vuole attribuire la fondazione, appena accennano al nome, o riportano quello che ha tramandato il S. Dottore, il solo che ne abbia parlato. Non rimane perciò che spigolare sulle poche memorie rimaste. Ottavio Turchi dice che qualche documento, riguardante detto monastero, si trova, senza precisarlo, nell'archivio secreto (?) della città di Gubbio. Ludovico Iacobilli, lo storico più illustre ed accreditato della nostra diocesi, la dice fondata verso il 1143 ma non pare esatta questa data, perche vediamo la famiglia cenobitica già regolarmente costituita sotto la direzione di un abate sin dal 1110: perciò la sua fondazione deve essere anteriore di più di un secolo, o almeno risalire verso il 1050. Riferisce infatti il  Costadoni negli Annali Camal., che Pietro, abate di S. Benedetto di Congiuntoli, consente di sua spontanea volontà insieme ai monaci ed ai chierici tutti della medesima Chiesa, per la stipulazione di un contratto, in forza del quale cede in enfiteusi a Pietro abate del monastero di S. Vittore o Vittoriano di Clusi, due modioli di terra con l'annuo canone di trenta soldi di puro argento, e ciò nell'anno del Signore 1110, del mese di luglio, sotto l'imperatore Enrico. La carta enfiteutica e riportata da un autografo esistente nell'archivio di S. Biagio in Fabriano. Con ragione adunque si deve supporre che il nome della famiglia cenobitica, composta di monaci e di chierici sotto il governo dell'abate e ricca di terre, e già diffuso; che ha varcato
la pittoresca valle del Sentino, e non manta di esercitare la sua influenza e il suo potere nei paesi e nelle città vicine. Lo abitavano dapprima uomini che, noiati del mondo, dedicavano la loro vita alla preghiera e alla  contemplazione delle cose divine, riparandosi  in piccole celle costruite alla meglio e abbracciando la regola del grande patriarca S. Benedetto, la più comune in quei tempi. A mano a mano che aumentavano di numero, e il monastero di giorno in giorno diventava un centro importante per le numerose aderenze, si rese necessario l'ampliamento della Chiesa, che doveva formare la parte principale, e del piccolo romitorio. Con le rendite vistose e con l'aiuto dei buoni terrazzani che erano alla dipendenza dei monaci, e ne avevano già esperimentati i benefici per aver trovato presso di essi protezione e sicuro rifugio, fu innalzato il tempio con magnificenza e grandezza. Riuscendo questo insufficiente ai bisogni del culto, verso la fine del secolo XIII fu aggiunta la navata a "cornu evangelii", inaugurata durante il breve pontificato di Onorio IV, come si rileva da una epigrafe murata nella parete esterna. In questo monastero dimoro per molti anni S. Domenico Loricato, cosi chiamato dalla maglia di ferro a forma di corazza e composta di acuti ami che indossava sulla nuda carne. Morì a Frontale in provincia di Macerata ed è sepolto nella chiesa di S. Anna ove e tenuto in grande venerazione. S. Pier Damiano ne scrisse la vita, e riformo l'abbazia. Ma da questo non si può dedurre che l'abbazia di Congiuntoli fosse alle dipendenze di Fonte Avellana, perché, non  era possibile che gli Avellanensi scegliessero per domicilio un luogo, se prima non avessero acquistato un diritto sopra di esso. E' certo  che il santo dimoro in questo luogo, sebbene   per breve tempo. Con l'annessione dei beni di   questo monastero al Capitolo dei Canonici di Urbino avvenuta nel 1439, cessa il potere dell'abbazia, che poco dopo viene convertita in Commenda Cardinalizia. Dalla cronaca nocerina del Vescovo Alessandro Borgia risulta alla abbazia una rendita netta superiore a 400  scudi di moneta romana e nel 1781, dice il Gibelli, era di scudi 600. La parete a "cornu epistolae" della navata di mezzo, era ricca di   affreschi appartenenti a pittori di scuola classica, come appare da qualche frammento. Tra   le figure di angeli e di santi spiccava un S. Cristoforo di forme gigantesche. Qualche anno addietro era visibile la testa con parte dell'aureola, il Bambino che posava sopra le spalle erculee, un braccio e le gambe immerse nell'acqua. Oggi resta solo il luogo ove era la  figura, perche la caduta del tetto, avvenuta da oltre un secolo, espose all'intemperie la pregevole opera d'arte, e ridusse la chiesa ad un cumulo di macerie. La navata invece a "cornu evangelii" si conservava ancora discretamente, tanto che continuo ad essere ufficiata fino al 1870 o poco più, dal parroco di Montelago alle cui dipendenze fu assegnata l'abbazia. Nel 1907 il pregevole affresco sopra l'altar maggiore, per opera di  S. E. l'On. Giov. Battista Miliani, fu riportato sulla tela e si conserva   nella Pinacoteca di Fabriano. Ora l'abbazia appartiene alla parrocchia di Perticano in forza di un decreto vescovile con il quale il parroco di Montelago la cedeva in perpetuo, e l'altro l'accettava con tutti diritti e gli oneri. Il 24 o 25 agosto di ogni anno si celebrava con tutta pompa la festa principale ad onore di S. Bartolomeo, e si teneva pure la fiera nei pressi del monastero, ove convenivano gli abitanti dei paesi e delle città vicine. Era pure chiamata la giornata dei "canoni", perché in quel giorno tutti coloro che ne eran tenuti, saldavano i loro debiti. Con la soppressione napoleonica avvenuta nel 1810, furono asportati parte dei suoi valori e delle sue ricchezze. Gregorio XVI nel riordinare il  patrimonio della Congregazione dei P. P. Benedettini Camaldolesi di Fonte Avellana, con la Bolla "Inter multiplices" del 27 settembre 1836, confermo la cessione dell'abbazia di S. Emiliano al Monastero di Fonte Avellana che già ne godeva i beni e le rendite fin dal 2 agosto 1835. Il R. Commissario per l'Umbria Gioacchino Pepoli, col Decreto dell'11 dicembre 1860, sopprimeva il Monastero, troncando cosi del tutto la vita alla storica abbazia, dove per oltre otto secoli avevano trovato stanza molti cenobiti, dediti non solo alla preghiera e alla contemplazione, ma anche allo studio delle scienze e delle lettere, in quei tempi patrimonio esclusivo dei Chiostri. Il Monastero, ad eccezione del tempio e del campanile, e le terre e i boschi adiacenti per  vasta estensione, furono venduti a vile prezzo. Le acque dei fiumi che continuano a baciar quei ruderi ne cantano ancora la gloria, la grandezza e la potenza, e ripeteranno il grido di dolore finche ne rimarrà in piedi una pietra. Dai pilastri che s'innalzano ancora agili e snelli alla merlatura finemente lavorata dai grandi finestroni ogivali al campanile superbo, l'arte gareggia ancora per dimostrare che il sacro Chiostro fu centro e focolare vivo, attraverso i secoli, di pietà e di scienza.

DON FRANCESCO BERARDI
Parroco di Perticano.

Euro Puletti e la Nostra storia
Abbazia dei SS. Emiliano e Bartolomeo in Congiuntoli
Guida Alessandro Simonelli - 347 7814794 - alex71.simonelli@alice.it
Comune di Scheggia e Pascelupo - Provincia di Perugia (PG) - Regione Umbria
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