Nei pressi della Nostra Abbazia

Abbazia di Santa Maria di Sitria

L’antica Abbazia di S. Maria di Sitria sorge, in posizione estremamante isolata, nel Parco Naturale del Monte Cucco, in una ubertosa Valle posta tra il fosso Artino e le pendici del monte Catria, lungo il percorso che unisce Scheggia ad Isola Fossara. Stando alle Cronache, l’Abbazia fu edificata, agli inizi del sec. XI, da S. Romualdo, abate e fondatore dell’Ordine Camaldolese, su un preesistente eremo abitato dallo stesso Santo (l’eremo, consistente in piccole celle in pietra e legname, sarebbe stato costruito nel 1014, mentre tra il 1018 e il 1020 Romualdo vi avrebbe fondato il Monastero) come dipendente da Fonte Avellana. Lo Iacobilli informa che nel 1055 S. Pier Damiano inviò a riformare i monaci di Sitria S. Domenico Loricato, così detto per la corazza che permanentemente indossava a mo’ di cilicio, e dopo il 1061 «(…) visitò anco i monaci camaldolesi che habitavano nelli momasteri di S. Maria di Sitria» (L. Iacobilli, Vite, 3, 361). Secondo la tradizione, san Romualdo, istitutore dell’Ordine Camaldolese, trascorse qui alcuni degli ultimi anni della propria vita in totale clausura. Per sei mesi rimase escluso nella cosiddetta “Prigione di san Romualdo”, un locale ancora oggi esistente a lato della cripta. In questo Monastero risiedettero uomini illustri per santità: S. Pier Damiani, l’eremita Leone, che visse 140 anni, il monaco Mainardo, il quale, intorno al 1070, partì per andare a fondare l’Abbazia di Sassovivo a Foligno,il beato Tommaso da Costacciaro, Sigismondo vescovo di Senigallia, etc. Nella vita del beato Albertino da Gubbio, il Monastero viene ancora menzionato per l’anno 1274; poi, nel 1411 Pietro, originario di Serra S. Abbondio restaurò le strutture che minacciavano rovina (L. Iacobilli, Vite, 3, 354); Nel XIV secolo l’abbazia era già in decadenza e nel 1451 fu data in commenda dal pontefice Niccolò V l’ultimo abate fu Pandolfo degli Atti, morto nel 1457; nel 1453 fu ivi inviato un «(…) sacerdote secolare per cappellano e cura di questo luogo, essendo senza monaci dal 1453 in qua» (L. Iacobilli, Vite, 3, 365).
Infine, nel 1483 fu incorporato alla badia di Sitria il monastero di S. Gaudenzio in diocesi di Senigallia.
Gli abati commendatari ne curarono il restauro nel corso del sec. XVI, e vi dimorarono fino al 1810, quando papa Gregorio XVI li assegnò al vicino monastero di Fonte Avellana. Nel 1861, i beni dell’Abbazia furono soppressi dal Governo Italiano (legge “Pepoli“), che li affidò a privati; la chiesa diventò casa colonica e il bel fonte battesimale fu trasferito nella limitrofa chiesa di Isola Fossara. Successivamente il complesso monastico ritornò ai monaci di Fonte Avellana, i quali, nel 1972, provvidero ad un doveroso restauro. L’attuale edificio è da riferirsi alla fine del XIII secolo.

Aspetto attuale

Ciò che rimane dell’antico Monastero, è concentrato nella chiesa, mentre i resti delle strutture del cenobio, ora presenti solo sul lato nord dell’attuale edificio ecclesiastico, sono ormai in grave abbandono e mostrano chiari segni di recenti rifacimenti. Difficile è, quindi, individuare, tra i consistenti interventi “post-medievali”, le antiche strutture romaniche.

Architettura

L’impianto della chiesa, interamente a pietra squadrata e a pianta basilicale, ( a T ) è a una navata con transetto sporgente. La copertura della navata è costituita da una volta a botte ogivale, poggiante su una mensola che corre lungo i muri perimetrali; l’abside, con una piccola feritoia centrale, ha una copertura a catino (vi sono tracce di un affresco del sec. XVIII). Il presbiterio è fortemente rialzato, e un’abside semicircolare conclude l’impianto. In corrispondenza del lato destro del transetto, sopraelevato per far spazio alla cripta sottostante, si apre un ambiente destinato a sacrestia ed una sala con volta a botte. All’interno è possibile ammirare un duecentesco altare in travertino, costituito da una pietra sorretta da 14 esili colonne raccordate da archetti, lo stesso fu privato, per un atto di vandalismo, delle colonnine che lo sorreggevano). Alla sottostante cripta, si accede dalla porta posta al centro delle scale che rialzano lo stesso ai piedi del transetto, è composta da un piccolo ambiente con abside terminale; essa viene attribuita alla prima fase edilizia (sec. XI) «con copertura – a volta – che si appoggia ad un’unica colonna con capitello corinzio d’epoca romana» (sec. VI), probabilmente proveniente da vicine costruzioni.
Risale al 1017, è a pianta quadrata con abside terminale. Dai resoconti degli studiosi, si ricava che «degli edifici conventuali rimane solo un lato del chiostro e si conserva a pianterreno una vasta sala con copertura a volta a sesto acuto, forse l’antico Capitolo, ora ridotto a magazzino». Nell’antico Monastero, a lato della chiesa, è indicata la cosiddetta “Prigione di S. Romualdo“, l’angusta cella in cui il Santo si sarebbe fatto rinchiudere, volontariamente, per sei mesi dai suoi monaci. Come Fonte Avellana, anche questo splendido monumento sorprende, oltretutto, per le dimensioni assai ragguardevoli, se si considera il recondito luogo ove è stata edificata.

Eremo di San Girolamo di Monte Cucco

490 anni fa, il Beato Paolo Giustiniani,
rifondatore dell'Eremo di Monte Cucco,
conobbe un'estasi mistica nella Cappella San Girolamo

Una delle più arcaiche chiese rupestri esistenti nell'intero Appennino Umbro-Marchigiano è, senza dubbio alcuno, quella di San Girolamo di Pascelupo. In antico, essa andava sotto il nome di Sacellum Sancti Hieronymi, mentre oggi è, più semplicemente, conosciuta come Cappella di San Girolamo. Tale sacello costituiva la chiesa primitiva dell'Eremo di Monte Cucco, databile, forse, tra i secoli X ed XI. In essa, che conserva labili tracce d'antichissimi affreschi, il Beato Tomasso da Costacciaro, durante il suo eremitaggio (1277 - 1322 ca.) all'Eremo, compì, nel corso della Messa domenicale, il miracolo della tramutazione dell'acqua in vino. Il rifondatore di tale Eremo fu, nel 1521, l'asceta ed umanista italiano Beato Paolo Giustiniani di Venezia, già Padre Maggiore dell'Eremo di Camaldoli. Ebbene, fu proprio il Beato Paolo che, il 7 agosto 1524, cioè 490 anni fa, nel corso della celebrazione d'una Messa nel luogo sacro, durante la liturgia eucaristica e, particolarmente, dopo l'elevazione del Santissimo, conobbe un'esperienza mistica eccezionale e mai provata prima d'allora. Egli, infatti, al momento della Comunione al Corpo ed al Sangue di Cristo, entrò in un'estasi mistica. Venendo meno metaforicamente, fu, così, inondato dalla Luce di Dio, al ricordo della parola del salmo 72, nell'edizione della Vulgata: "Eccomi ridotto a nulla ed io non l'ho saputo". Egli si rivide, pertanto, morto a Dio, nel passato, senza averne avuto la minima coscienza, mentre, adesso, invece, attraverso la comunione eucaristica, si sente rientrato e sparito, del tutto, nella vita e nella gioia di Dio. Ripresosi dall'esperienza metafisica, il Beato provò, immediatamente, a buttare giù qualcosa di scritto, per fermare, sul foglio, almeno parte del tumultuoso turbinio d'emozioni e sensazioni, soprannaturali, provate. Le poche, infuocate note che egli riuscì a scrivere sono all'origine della sua meditazione trattatistica Secretum meum mihi, una splendida riflessione teologica sull'amore e l'annullamento dell'uomo in Dio.

Euro Puletti

Le boscose pendici orientali del Monte Cucco sono incise da un profondo solco limitato da pareti strapiombanti e percorso da un torrente che da vita lungo il suo corso a cascate spumeggianti, profonde pozze d'acqua, laghetti, è la ormai nota forra di Rio Freddo (posta a confine tra Marche e Umbria), inaccessibile per il normale escursionista a causa dei numerosi salti verticali. Percorrendo queste pendici si attraversano estesi boschi di faggio, si raggiungono suggestivi punti panoramici, si incontrano affioramenti rocciosi di quel calcare purissimo in cui si sviluppa uno dei complessi ipogei più importanti ed estesi d'Italia, un ricco campionario insomma degli aspetti più salienti del paesaggio del Monte Cucco. Occorre però aggiungere che il fascino di questa valle ha subito qualche duro colpo nel corso degli ultimi anni. E' andata perduta per sempre la suggestione delle antiche rovine dell'eremo di S. Girolamo, abbarbicato tra gli strapiombi della forra e raggiungibile con uno stretto ed erto sentiero, al suo posto oggi c'è una devastante strada asfaltata ed un voluminoso "palazzo" risultato di uno sciagurato restauro che molto ha aggiunto e poco conservato. Le piste forestali, pur necessarie all'economia di questa zona, hanno raggiunto gli angoli più nascosti della valle con realizzazioni poco attente all'integrità dei luoghi ed in alcuni casi di dubbia utilità.

Il Beato Paolo Giustiniani

Il fondatore dell'eremo di Monte Cucco, in senso giuridico, storico e canonico, è il Beato Paolo Giustiniani, eremita contemplativo. Era figlio della nobile famiglia Giustiniani di Venezia. Vi nacque il 15 Giugno 1476. Dopo essere diventato superiore maggiore nell'eremo di Camaldoli fino al 1520, ottenne da Leone X il permesso di fondare un nuovo istituto eremitico, il quale da principio fu chiamato la "Compagnia di San Romualdo". Più tardi ebbe il nome canonico di "Congregazione degli eremiti camaldolesi di Monte Corona" anche detti più brevemente "Montecoronesi". Tra gli eremi cui dette vita, dopo quello di Monte Cucco, che fu il primo eremo ad accoglierlo, vanno ricordati tra gli altri quello delle grotte di Cupramontana e quello di San Silvestro sul Monte Soratte. A Macerata fu imprigionato per amore e difesa degli eremiti. Trovandosi a Roma nel 1527, cadde prigioniero dei Lanzichenecchi, in quel terribile sacco.
Fu torturato insieme a San Gaetani da Thiene, ma ne scampo riacquistando la libertà. Nella primavera del 1528 contrasse la peste a Viterbo. Non perfettamente guarito si rimise in viaggio alla volta di Roma per ricevere in donazione l'eremo del Monte Soratte. Ma proprio in quell'eremo morì di peste ancora giovane di 52 anni, il 25 Giugno 1528.

L'Eremo

Il fenomeno dell'eremitismo avvenuto intorno agli anni 900 - 1000 e 1100. In quell'epoca furono molti gli uomini che fuggirono il mondo, si votarono a una solitudine volontaria, a colloquio con Dio, nel silenzio. Furono i solitari cristiani, gli anacoreti o eremiti di tutti i secoli, per i quali secondo l'insegnamento di San Girolamo "la città è prigione; la solitudine, paradiso". Fu un fenomeno particolare nella chiesa, iniziato dopo la caduta dell'impero, e fiorito splendidamente intorno al 1000. I nostri Monti si popolarono di questi solitari. Essi vivevano in piccole celle, costruite in luoghi selvaggi e impervi, fatte con pietre e frasche, o in grotte naturali. L'insieme delle celle separate formava l'Eremo. Alcuni però sentivano il bisogno di una sede comune, ed ecco sorgere il Monastero, per la vita insieme, con le celle attigue, oratorio, chiesa e talora il chiostro, refettorio, capitolo, biblioteca e scriptorium. Così avvenne in diversi tempi a Santa Maria D'Appennino, a Sitria, a Congiuntoli e in forma celeberrima a Fonte Avellana. L'Eremo sorge nella parte orientale del massiccio di Monte Cucco, (m.1566), e precisamente dietro il Monte Le Gronde (m. 1363). E' nel Comune di Scheggia, diocesi di Gubbio, ai confini del Comune di Costacciaro, sull'Appennino Umbro Marchigiano. E' a 656 m.s.l.m., è detto Eremo di San Girolamo di Monte Cucco o Eremo di Pascelupo, nel cui territorio si trova. Il primo abitatore, storicamente accertato dell'Eremo di Monte Cucco è il Beato Tomasso da Costacciaro, che vi ha dimorato per quasi 65 anni, e vi è santamente spirato nel 1337.

La vita degli eremiti

Vivevano sempre soli, da eremiti, pur stando dotto lo stesso tetto Non potevano mai recarsi nelle celle altrui : tuttalpiù potevano giungere al limite delle altre celle. Era consentito loro parlare due volte alla settimana, quando uscivano fuori della clausura; nel recinto, era permesso parlare sotto voce. Avevano un culto inviolabile del silenzio, per essere sempre raccolti. Nei giorni di astinenza, il cibo si prendeva seduti per terra con i piedi nudi. Nell'Eremo non si mangiava mai la carne. Durante la Quaresima nemmeno i latticini (uova, latte, formaggi ecc…). Si poteva mangiare la carne solo quando si era malati, o in viaggio. Dormivano sempre con la tonaca, su tavola, o su pagliericcio durissimo. Si dedicavano al lavoro manuale, secondo le proprie capacità : zappavano, sarchiavano, potavano, muravano, trasportavano pietre le squadravano, facevano il pane, la cucina, gli abiti, racconciavano, scrivevano, componevano. Avendo grande cordialità per gli ospiti e per i poveri. Quando erano malati, venivano trasportati in infermeria. I morti venivano sepolti in chiesa, o nel cimitero attiguo all'Eremo, o nel cimitero di Pascelupo. Gli eremiti erano italiani, austriaci, spagnoli, francesi e di altre nazioni, in maggioranza erano polacchi. Questo avvenne perché nel 1605, la riforma del Giustiniani entrò in Polonia e il nobile uomo polacco Nicolò Wolski fondò un Eremo presso Cracovia. Quest'Eremo dette un buon contingente di vocazioni anche per altre fondazioni. A Monte Cucco, oltre il B. Paolo, che dopo Camaldoli, qui si rifugiò e preparò quest'Eremo per i suoi seguaci, sono vissuti uomini insigni per santità e scienza, da ricordare tra gli altri il B. Girolamo da Sessa Arunca (1556) che fu archiatra dei sommi Pontefici Giulio II e Leone X, poi divenne eremita. Il Ven Doroteo Zuccari di Fabriano (1783) di lui è stata scritta una biografia. Il suo corpo conservatosi incorrotto, è sepolto nella chiesa di S. Croce. Uno degli ultimi eremiti fu mons. Girolamo Bianchi, già cameriere segreto partecipante di S. Pio X e di Benedetto XV.

Esoansione dell'eremo

Dal giorno in cui il B.Paolo prese possesso di Monte Cucco. L'Eremo fu continuamente migliorato per la vita eremitica. I religiosi si misero al lavoro con gran lena, pure inesperti a quelle fatiche. Ricavarono piccoli orti fatti a terrazze a gradoni, protetti da muriccioli di pietra per sostenere i terrapieni. Abbatterono a metà la torre che era al centro del fabbricato, e nella base di essa ricavarono lo spazio per costruirvi la chiesa interna dell'Eremo. La chiesa ebbe infatti, 7, 40 metri di lunghezza e 4, 36 di larghezza. Mons. Manciforte Vescovo di Gubbio, consacrò l'antico oratorio il 25 settembre 1709, consacrò nello stesso giorno anche la chiesa interna dell'Eremo, dedicata ai Santi Girolamo e Romualdo, apponendo nell'altare le reliquie dei Beati Magno e Benedetto, Martiri. E poiché la pietra sacra dell'altare maggiore proveniva dal vetustissimo oratorio di Girolamo, per tale memoria vi fece sopra scrivere la data MDCCIX. La chiesa era aperta ai soli uomini sempre nelle domeniche e festività. Alle donne della comunità di Sassoferrato, fu concesso di poter accedere all'Eremo di San Girolamo due sole volte all'anno, e cioè il martedì dopo Pasqua di Marzo, e il 30 settembre, festa di San Girolamo. Il campanile dell'Eremo aveva tre campane, con suini distinti :"una per annunziare il mattutino (a mezzanotte); l'altra per le Laudi (all'alba), la terza per il Vespro al tramonto. Un locale funzionava da fucina per il fabbro eremita. Nell'interno si pensò all'appartamento per i superiori in visita religiosa o pastorale per i Vescovi e per le altre personalità. C'era la biblioteca, dove si studiava e si apprendeva la scienza, e dove si tenevano adunanze capitolari per le decisioni di circostanza. I fornici furono divisi in due piani : ne ricavarono magazzino, dispensa, sartoria e cantina. Si costruì il refettorio, l'infermeria e la foresteria, che aveva quattro stanze e una saletta. Interessante fu la tecnica idraulica, che ancora oggi desta meraviglia : sotto la cascata delle acque si trovava un raccoglitore tutto in pietre, ancora perfettamente conservato; l'acqua veniva condotta alla prima cisterna, detta anche fiasca, realizzata nel 1531, posta tra il fienile e la fucina del fabbro e serviva per innaffiare i vari orticelli; aveva un pozzetto di decantazione per le impurità. L'altra parte dell'acqua veniva condotta alla seconda cisterna più lontana e più antica per alimentare lavatoio, cucina e stanze. All'esterno sul cortiletto, c'era una fontanella molto graziosa costruita nel 1735 come leggevasi su una pietra apposta sopra, più in alto.

Abbandono e desolazione

Nel 1583 gli eremiti furono lì lì per abbandonare la casa. C'erano due grossi pericoli : i massi cadenti dall'alto, minacciavano di travolgere l'eremo, i ladri dalle grotte vicine, facevano scorrerie e ruberie. Infastiditi e intimoriti si rivolsero al Papa Sisto V per avere il permesso di andare in luoghi più accessibili. "Restate!, rispose il Papa, dai massi vi libererà Dio, dai ladri vi libererò io". Obbedirono e così avvenne. Nessuna disgrazia dai massi, anche se uno cadde, ma si fermo innocuo dinanzi alla porta della chiesa interna, e nessun disturbo dai ladri, che furono scacciati per sempre. Venne poi la soppressione e demaniazione dell'eremo e fu ben grave come conseguenza, ma non tale da volerne la fine, infatti gli eremiti resistettero a Monte Cucco. Circa il 1920, Don Beda, padre maggiore della congregazione di Monte Coronese, vedendo che in Italia la situazione non era tranquilla, pensò di chiudere diversi eremi, tra cui questo di Monte Cucco, allo scopo di concentrare i religiosi in pochi eremi, per la maggiore vitalità della congregazione. Tra molte esitazioni, si giunse così fino al 1925, quando fu presa definitivamente la decisione di chiudere l'eremo. L'ultimo eremita di quell'epoca fu Don Mariano Kizek, nato in Slesia nel 1888, morì a Frascati nel 1974. L'eremo fu chiuso iniziò la rovina e la desolazione, ciò che ancora era utile fu asportato : i tetti rimasero senza coppi e senza travi, il portale settecentesco della chiesa interna fu portato via, perfino le pietre squadrate delle finestre furono rubate. Piogge nevi e tramontane fecero il resto.
Piante e rovi infestarono il luogo da renderlo impervio. Tuttavia durante la guerra 1939 - 1944 il povero eremo fu ancora cercato dal popolo di Pascelupo e Perticano come rifugio contro i colpi di artiglieria e dell'aviazione. Una cinquantina di persone venute anche da Fabriano, stettero per oltre mezzo mese, alloggiate quassù cercano rifugio nella sacrestia della chiesa che era rimasta intatta e nelle grotte della montagna. Passata la furia della guerra, il cammino di distruzione si accelerò, e l'eremo divenne un cumulo pauroso di macerie.

L'eremo di Fonte Avellana

Risalendo la valle del Cesano e lasciate alle spalle le colline di Pergola e Sassoferrato , si giunge ai piedi del Monte Catria, il cui versante orientale racchiude una conca avvolta da ampie faggete intorno alle quali si aprono i pascoli e i campi che circondano lo splendido complesso dell’abbazia camaldolese di Santa Croce, ricordata da Dante nell’XXI Canto del Paradiso. Al posto delle originarie celle (si trattava capanne) sparse attorno ad una cappella, sorsero a partire dall’XI secolo numerosi edifici in pietra tra cui il chiostro, la chiesa con cripta, la sala del Capitolo, lo splendido scriptorium, le celle dei monaci, la foresteria e la Biblioteca, nobili e austeri ambienti che si stringono attorno alla massiccia torre campanaria ed ospitano ancor oggi i monaci camaldolesi. Sotto la guida di San Pier Damiani, arrivato nel 1035, le diverse celle sparse vennero ricondotte sotto un’unica regole in grado di conciliare le aspirazioni alla vita eremitica con i vantaggi della vita conventuale, ma anche culturale. Alla fine del XV secolo con il Cardinale Giuliano Della Rovere, futuro Papa Giulio II , il complesso fu ampliato e ristrutturato, raddoppiando il numero delle celle dei monaci, alzando di un piano la fabbrica e praticando finestre simmetriche lungo i muri di cortina. Oggi il complesso è composto da un ampio piazzale che dà accesso alla chiesa dalla pianta a croce latina coperta da volte a botte a sesto acuto, con presbiterio sopraelevato sulla cripta dell’XI secolo; si tratta della parte più antica del complesso architettonico, insieme al chiostro e allo scriptorium risalente al XIII secolo, un ambiente di rara armonia nei volumi, che si protende a sud, distaccandosi aereo dal corpo del monastero. Qui gli amanuensi, utilizzando la luce solare per tutta la giornata, grazie alla fitta e alta serie di ampie monofore che si aprono nella volta a botte dell’edificio, ricopiavano gli antichi manoscritti arricchendoli di artistiche miniature. Tra i pregevoli volumi ancora conservati spicca il Codice NN dell’XI secolo, primo breviario della comunità avellanita e prezioso documento dell’evoluzione delle notazioni musicali. La prestigiosa Biblioteca “Dante Alighieri”, ricca di oltre 10.000 volumi, tra cui i preziosi codici miniati e antichi libri sacri, assieme alle numerose iniziative promosse dai monaci camaldolesi, mantiene ancora oggi una significativa funzione di faro spirituale. Dal 2007 anche il Giardino Botanico del monastero è aperto al pubblico.

Comune di Sassoferrato (AN) - Lago Rio Freddo Fraz. Perticano, 21. Tel: 0732 97834.

Il paese di Perticano è situato in una valle interamente circondato dai monti dell'Appennino Umbro-Marchigiano, e fa parte del "Parco Regionale del Monte Cucco. Il paese è attraversato dal Rio Freddo che fa anche da confine tra l'Umbria e le Marche ed e' frazione sia di Sassoferrato, in provincia di Ancona, sia di Scheggia e Pascelupo, in provincia di Perugia. Al centro del piccolo paese è collocato un laghetto artificiale per la pesca sportiva delle trote. Il paese conta circa 40 abitanti in inverno e 300 l'estate. Di interesse artistico: la chiesetta "Madonnella" (costruita dai capofamiglia di Perticano verso la fine dell'Ottocento) divenuta poi anche Monumento ai Caduti della I e II Guerra Mondiale, l'abbazia di Sant'Emiliano in Congiuntoli, l'eremo di San Girolamo, la chiesa di San Paterniano (Patrono del paese) ricostruita su una ben più antica costruzione. Recentemente si è potuto provvedere alla realizzazione del restauro della chiesetta "la Madonnella", grazie all'intervento economico di tutti i paesani. Il paese sembra prendere il nome da un guerriero di nome Gano che in epoca romana ivi morì in battaglia . Da qui il nome Perticano, ossia "ivi perì Gano". Di rilevante nota storica: Perticano fu l'ultima precettoria templare ad essere colpita da mandato d'inquisizione il 28 febbraio 1310. Di interesse turistico nella zona si citano: le grotte di Frasassi e le grotte di Monte Cucco.

Pascelupo, Coldipeccio ed altri - Castelli e Ville

Straordinario avamposto fortificato del formidabile comitato eugubino, prima, e del ducato d’Urbino, poi, Pascelupo assolse sempre, ed egregiamente, alla funzione di baluardo a guardia e difesa del territorio orientale del comune medioevale di Gubbio e di quello meridionale dello Stato d’Urbino. In una bella e completa descrizione, in lingua latina, di Gubbio e del suo comitato, fatta dallo storico eugubino Vincenzo Armanni, nel corso del secolo XVII, si accenna, con toni elogiativi, a Pascelupo, alla sua fedeltà a Gubbio ed alla sua importanza strategica. La doviziosa descrizione dell’Armanni fu pubblicata all’interno dell’opera, a carattere storico-geografico, dal titolo Theatrum civitatum et admirandorum Italiae ad aevi veteris et praesentis temporis faciem expressum, Amsterdam, 1663, pp. 97-102 (“Evgvbivm italice describebat Vincentivs Armanni”). «[…] Plurima ex castellis [juris]ditionis Eugubinae, quae universe centum & triginta numerantur, ipsos Eugubinos conditores agnoscunt, ut Caresto, Pascilupo, Petrorio, inprimisque S. Abondii opidum, Costacciaro & Schieggia Apostolico Brevi deinde opidi nomine insignitum, quae tria postrema loca, quod literis armisque claros viros produxerint, fama celebrantur […]».

Cenni storici, geografici e leggendari su Pascelupo

Nel Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica del cavaliere Gaetano Moroni (Venezia, Tipografia Emiliana), alla voce toponimica Gubbio si legge «Pascelupo Comune della Diocesi di Gubbio con territorio in monte i cui semplici fabbricati sono cinti di mura, ed ha un piccolo borgo. Ha la Parrocchia di S. Bernardino, e di S. Paterniano […]». Scrive, inoltre, lo storico Gabriele Calindri (CALINDRI, GABRIELE, 1832, Saggio Geografico, Statistico e Storico dello Stato Pontificio, Perugia, Ed. Garbinesi e Santucci) che «il paese ebbe origine dopo la distruzione del Forte Castellaro, e della Città di Tiego, che si elevava un miglio e mezzo dal paese odierno: la quale distruzione seguì nella battaglia tra Narsete e Totila sotto le mura di Sentina: e che nel territorio vi è l’abbazia de’ Santi Bartolomeo ed Emiliano de’ Congiuntoli, la cui chiesa è della figura di S. Paolo di Roma con facciata sorprendente per l’elevazione e pel lavoro». Così, a proposito di Pascelupo e dei suoi contorni, scrive nel 1862 l’eremita montecoronese padre D. Placido Maria da Todi che, nella sua Storia di Monte Cucco, così aggiungeva: «Pascilupo si è un piccolo castello dell’umbria nell’Italia centrale; che inalzasi in piccola vallata tutta all’intorno circondata da monti colà ove il Sentino bagna le orientali falde dell’alpestre Monte-Cucco. La sua origine risale al secolo VI
dell’era volgare e rammenta uno dei più grandi avvenimenti politici d’Italia. Meritamente dunque questo castello gode sin da tempo immemorabile le prerogative di municipio, le quali da niuno gli furono mai contese prima dell’ultima dominazione straniera in Italia durante l’impero francese di Napulione I Buonaparte il quale lo fuse al Comune di Scheggia. Ma seguita la ristaurazione del Governo ponteficio Pascelupo ben presto ritornò in possesso degli antichi suoi dritti, e riebbe sotto la sua giurisdizione comunale l’appodiatoi Isola-fossara, nonché i villaggi di Colle di Peccio, S. Felice, Perticano, MonteBollo e Pantana. Sotto il regno italico però di Vittorio Emanuele II, il veglio
Prefetto dell’Umbria Tanari con Nota 25 1863 (N. 4972) diretta al sig. Francesco Brunamonti Sindaco di Pascelupo dichiarava che quel comune per difetto di mezzi tanto fisici, che morali non poteva più oltre vivere di una vita propria, e che stimava proficua al suo bene l’aggregazione del castello al comune di Sassoferrato, come dell’appodiato Isola-fossara a quello di Scheggia. Onde lo invitava a trattare nella sessione di primavera sulla convenienza o no dell’attuazione del progetto. Il generale consiglio però di Pascelupo avendo nella sua tornata dei 19 aprile seguenti respinto un tal progetto per buone ragioni, il Sindaco stesso con Nota 27 dello stesso mese (N. 244) implorava appoggio opportuno al Municipio di Gubbio, onde il proprio comune non venisse soppresso, affinché così mantenuto in vita non fosse mai discostato dal suo mandamento. Il consiglio comunale di Gubbio nella sua seduta dei 21 maggio 1863 se da un canto ebbe a confessare che potenti fossero le ragioni addotte dalla R. Prefettura a progettare la soppressione di quel Comune, altrettanto poté persuadersi che nei Pascilupesi sommamente fosse insito l’amore della loro autonomia municipale che vanta remotissima esistenza […]». È interessante notare alcune affermazioni, pronunciate direttamente dal religioso, ed altre, riprese da Gabriele Calindri, sul conto di Pascelupo. Innanzitutto quella secondo la quale i suoi «semplici fabricati sono cinti di mura», cosa certa ma oggi difficilmente verificabile, viste le sovrapposizioni costruttive succedutesi attraverso il tempo. Si dice, poi, del fatto che la chiesa di S. Paterniano di Perticano sarebbe stata soggetta alla parrocchia di S. Bernardino da Siena di Pascelupo. Ciò pare possibile solo se si ammette che la precettorìa templare di Perticano (che dovette verosimilmente essere ubicata in corrispondenza dell’attuale chiesa parrocchiale di San Paterniano) estendesse, sino ai primi anni del secolo XIV, i suoi possedimenti al castello di Pascelupo e al suo eremo primitivo. La circostanza storica secondo la quale Pascelupo iniziò ad essere costruito dopo la distruzione del «forte castellaro e della città di Tiego» (i
Coldipecciani l’hanno sempre chiamata, per tradizione orale, «Città Rosèlla») è fatto storicamente possibile. Più inverosimile appare invece il fatto che il castello di Tiego e la presunta città ad esso collegata siano state distrutte in séguito alla battaglia di Tagina (552 d.C.), che non ebbe certamente luogo presso Sentino, bensì nelle piane del versante occidentale del massiccio di Monte Cucco e di quello dei monti di Gualdo Tadino, e, segnatamente, tra Fossato di Vico e Gualdo Tadino. Da piccolo villaggio pastorale («ville Pascilupi» è ancora talvolta chiamato il centro abitato nel secolo XIV), quale verosimilmente era in origine, dopo essere stato coinvolto, seppure marginalmente, nel 295 a.C., nei nefasti eventi della battaglia di Sentinum, assurse, verosimilmente in epoca altomedioevale, al rango di centro fortificato, in funzione di difesa, del confine orientale del Corridoio Bizantino, dalle incombenti minacce di scorrerie militari, provenienti dai finitimi possedimenti langobardi delle Marche, sotto il diretto controllo del Ducato spoletano. Il suo sito genetico e la sua posizione topografica sono davvero  trategici, poiché, con l’altura su cui sorge, Il Poggio, domina le pendici settentrionali dei monti di Sassoferrato, che s’innalzano, erti, non appena oltrepassato il Torrente Rio Freddo. La posizione di Pascelupo, che sorge su di promontorio a 529 m s.l.m., è importante anche perché esso è un centro di valico viario, un crocevia transappenninico, sorgente lungo un antichissimo tracciato armentario, forse, addirittura, d’origine preistorica (lungo il tratto di Rio Freddo, sottostante all’Eremo, a quanto si racconta, fu casualmente rinvenuta una punta di lancia, certamente riferibile all’Età del Bronzo).

Abbazia dei SS. Emiliano e Bartolomeo in Congiuntoli
Guida Alessandro Simonelli - 347 7814794 - alex71.simonelli@alice.it
Comune di Scheggia e Pascelupo - Provincia di Perugia (PG) - Regione Umbria
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